L’estate 2026 verrà ricordata come una delle stagioni più difficili degli ultimi vent’anni per gli incendi boschivi. Non è una sensazione, né un’impressione dettata dai titoli dei giornali: sono i satelliti a dirlo, con numeri che l’Europa — e non solo — non vedeva da tempo.
In NEG Group osserviamo con attenzione questi fenomeni, perché il legame tra clima estremo, sistema energetico e resilienza di famiglie e aziende è oggi più stretto che mai.
1. Europa: la stagione peggiore dopo il 2025
Secondo i dati del sistema europeo EFFIS (European Forest Fire Information System), gestito dal Joint Research Centre della Commissione Europea nell’ambito del programma Copernicus, al 29-30 luglio 2026 la superficie bruciata nell’Unione Europea ha superato i 434.976 ettari, contro i 346.836 dello stesso periodo del 2025 — fino ad oggi l’anno peggiore mai registrato dal 2006, inizio della serie storica EFFIS.
Il dato è impressionante anche nel confronto storico: oltre due volte e mezzo la media degli ultimi vent’anni, ferma a 172.186 ettari nello stesso periodo. Il sistema ha censito 1.407 incendi dall’inizio dell’anno (contro una media storica di 632) e stima quasi 18 milioni di tonnellate di CO₂ immesse in atmosfera.
- Italia: oltre 40.000 ettari bruciati tra il 1° gennaio e il 25 luglio, +81% rispetto alla media 2006-2025.
- Spagna: oltre 150.000 ettari in 32 incendi, con richieste di aiuto all’UE per gli eventi nelle province di Ávila e Guadalajara.
- Francia: le emissioni da incendi più alte mai registrate dall’inizio dell’anno, oltre il precedente record del 2022.
Dato oggettivo: il 2025 si era chiuso a oltre 1.034.552 ettari bruciati nella sola UE (2,2 milioni contando anche i Paesi limitrofi), l’anno peggiore mai registrato. Il 2026, pur restando sotto quella soglia, viaggia comunque su livelli più che doppi rispetto alla norma storica.
2. Non solo Mediterraneo: il Canada in emergenza nazionale
Il fenomeno non è solo europeo. Secondo il Canadian Interagency Forest Fire Centre (CIFFC), a metà luglio 2026 in Canada erano attivi oltre 900 incendi contemporaneamente, dall’Atlantico alla Columbia Britannica, per un totale di oltre 2,3 milioni di ettari bruciati — un’area grande quanto il Regno Unito.
Non è, per ora, il record assoluto: il 2023 resta l’anno peggiore della storia canadese, con 15 milioni di ettari andati in fumo. Ma la velocità con cui la stagione 2026 è esplosa — da valori sotto media a emergenza nazionale in appena una decina di giorni — è ciò che più preoccupa gli scienziati del clima. Il fumo, peraltro, non resta confinato: le correnti atmosferiche lo hanno portato fino alle grandi città della costa orientale degli Stati Uniti, peggiorando la qualità dell’aria a centinaia di chilometri di distanza.
3. Il filo (elettrico) che lega gli incendi alle bollette
Perché un’azienda che si occupa di fotovoltaico dovrebbe parlare di incendi boschivi? Perché il collegamento con il sistema energetico è diretto, e passa da due strade parallele:
- Danno alle infrastrutture: gli incendi possono colpire direttamente linee elettriche e cabine di trasformazione, contribuendo — insieme a ondate di calore e sovraccarichi di rete — a blackout locali. In Italia, tra giugno e luglio 2026, città come Torino, Milano e Napoli hanno già vissuto interruzioni elettriche legate al combinato di caldo estremo e picchi di consumo.
- Emissioni climalteranti: i quasi 18 milioni di tonnellate di CO₂ emesse dagli incendi europei nel solo 2026 alimentano lo stesso meccanismo di retroazione che rende le estati più calde e gli incendi più probabili — un circolo che i climatologi osservano ormai da anni.
4. Produrre energia da soli: una forma di resilienza
In un contesto in cui la rete elettrica centralizzata mostra crescenti fragilità — non solo per gli incendi, ma per l’insieme degli eventi meteorologici estremi — la generazione distribuita (fotovoltaico e accumulo) resta una delle poche variabili su cui famiglie e imprese possono davvero intervenire. Non a caso gli operatori di rete europei guardano sempre più ai sistemi di accumulo come strumento per sostenere i consumi nei momenti di massima domanda, riducendo la dipendenza dalle importazioni e dalle centrali termiche nei picchi.
Un impianto con accumulo non spegne gli incendi né sostituisce le infrastrutture nazionali. Ma restituisce a chi lo possiede un margine reale di autonomia energetica, proprio nei momenti — ondate di calore, picchi di domanda — in cui la rete è più sotto stress.
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