La nuova crisi energetica che sta attraversando l’Europa rischia di essere ancora più complessa di quella del 2022. I prezzi dell’energia sono tornati a crescere rapidamente e stanno mettendo sotto pressione famiglie, imprese e bilanci pubblici, mentre gli Stati membri cercano soluzioni per contenere gli effetti di uno shock che, ancora una volta, mette in discussione la dipendenza europea dai combustibili fossili.
Dalla fine di febbraio, secondo i dati citati dalla Commissione europea, il prezzo del gas è aumentato del 140%, mentre quello del diesel è raddoppiato, con un incremento del 100%. Una situazione particolarmente pesante per le fasce più vulnerabili: oggi circa 76 milioni di persone, pari al 17% della popolazione dell’Unione Europea, si trovano in condizioni di povertà energetica.
Per cercare di attenuare l’impatto dell’aumento dei prezzi, dall’inizio dell’anno 25 Paesi europei hanno già destinato complessivamente 17,9 miliardi di euro a interventi fiscali. Si tratta però di una strategia che rischia di diventare difficile da sostenere nel lungo periodo, soprattutto perché aumenta la pressione sui conti pubblici senza intervenire sulle cause strutturali della dipendenza energetica europea.
È proprio su questo punto che si concentra oggi il dibattito a Bruxelles.
L’Europa cerca una risposta comune
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, intervenendo al Parlamento europeo in vista del Consiglio europeo del 15 e 16 ottobre, ha sottolineato la necessità di una risposta coordinata, riconoscendo allo stesso tempo che la situazione non è identica in tutti gli Stati membri.
Ogni Paese, infatti, dispone di un mix energetico diverso e presenta esigenze differenti. Per questo motivo, secondo von der Leyen, l’obiettivo dell’Unione non dovrebbe essere imporre una soluzione unica, ma mettere a disposizione degli Stati gli strumenti necessari per affrontare la crisi.
Tra le misure annunciate c’è anche la creazione di una task force per l’aggregazione della domanda, che dovrebbe riprendere e ampliare il modello utilizzato nel 2023 con AggregateEU per gli acquisti congiunti di gas.
L’idea è semplice: invece di lasciare che ogni Stato si muova autonomamente sul mercato, l’Europa vuole aggregare la domanda e incaricare un operatore di effettuare acquisti congiunti. In questo modo Bruxelles punta a rafforzare il potere contrattuale dei Paesi europei e a ridurre la frammentazione che, durante le precedenti crisi, aveva contribuito ad aumentare la concorrenza interna per l’approvvigionamento energetico.
La strategia, tuttavia, non può fermarsi all’acquisto di combustibili fossili a condizioni migliori. Se l’Europa vuole diventare realmente meno vulnerabile alle oscillazioni dei mercati internazionali, deve anche ridurre la quantità di gas e petrolio che è costretta ad acquistare.
Ed è qui che la crisi energetica torna a intrecciarsi con la transizione verso le fonti rinnovabili.
Il paradosso delle rinnovabili europee
Il dato forse più significativo emerso dal discorso di von der Leyen riguarda proprio la capacità rinnovabile che l’Europa rischia di non riuscire a sfruttare.
Secondo la presidente della Commissione, circa 480 GW di nuova capacità rinnovabile sono attualmente in attesa di connessione alla rete.
Il problema, quindi, non è soltanto aumentare la quantità di energia prodotta da fotovoltaico ed eolico. Una parte della nuova capacità rinnovabile esiste già, ma non può essere pienamente utilizzata perché le infrastrutture elettriche non sono cresciute abbastanza rapidamente per accompagnare lo sviluppo degli impianti.
È uno dei principali ostacoli che l’Europa dovrà affrontare nei prossimi anni. Installare nuovi impianti senza potenziare contemporaneamente le reti significa infatti creare un sistema nel quale una parte dell’energia potenzialmente disponibile rischia di rimanere inutilizzata.
Per questo la Commissione considera prioritario arrivare all’approvazione del nuovo pacchetto europeo sulle reti entro la fine dell’anno. L’obiettivo è accelerare le connessioni e rendere l’infrastruttura elettrica europea adeguata a un sistema nel quale la produzione sarà sempre più distribuita e dipendente da fonti rinnovabili.
Non basta produrre energia pulita: bisogna riuscire a utilizzarla
La questione delle reti porta direttamente a un altro tema centrale: l’elettrificazione.
Se l’Europa vuole ridurre la propria dipendenza dai combustibili fossili, non è sufficiente sostituire progressivamente gas, petrolio e carbone con nuova capacità rinnovabile. È necessario anche aumentare la quota di consumi che può essere alimentata direttamente attraverso l’elettricità.
È la logica alla base del piano europeo per l’elettrificazione, sul quale la Commissione intende accelerare nei prossimi mesi. Secondo le stime citate da von der Leyen, raggiungere gli obiettivi previsti potrebbe consentire all’Unione di risparmiare circa 260 miliardi di euro ogni anno sulle importazioni di combustibili fossili.
La trasformazione riguarda quindi sia il modo in cui l’energia viene prodotta sia quello in cui viene utilizzata. Le pompe di calore, la mobilità elettrica, l’elettrificazione dei processi industriali e i sistemi di accumulo diventano parte di un unico processo: utilizzare sempre più elettricità prodotta all’interno dell’Europa al posto di combustibili che devono essere acquistati sui mercati internazionali.
Il ruolo del fotovoltaico nella nuova sicurezza energetica
In questo scenario il fotovoltaico assume un’importanza che va ben oltre la semplice riduzione delle emissioni.
Produrre energia direttamente sul territorio significa infatti ridurre, almeno in parte, la dipendenza dalle importazioni e aumentare la capacità di controllare una quota del proprio fabbisogno energetico.
Per un’azienda, ad esempio, un impianto fotovoltaico può permettere di produrre una parte dell’elettricità necessaria alle proprie attività direttamente sul posto. Per una famiglia può significare ridurre il prelievo dalla rete e, attraverso un sistema di accumulo, utilizzare anche in un secondo momento una parte dell’energia prodotta durante le ore di sole.
È proprio l’integrazione tra produzione, accumulo e consumo a diventare sempre più importante. Se il fotovoltaico continua a crescere senza un adeguato sviluppo delle reti e delle batterie, infatti, aumenta il rischio che una parte della produzione non possa essere valorizzata nel momento in cui viene generata.
La transizione energetica europea entra quindi in una fase diversa rispetto al passato. La domanda non è più soltanto quanto fotovoltaico o quanta energia rinnovabile riusciremo a installare, ma quanto saremo capaci di integrare questa nuova produzione nel sistema energetico.
Dalla risposta alla crisi a una strategia di lungo periodo
L’emergenza energetica del 2026 sta quindi mettendo l’Europa davanti a una scelta importante. Da una parte ci sono le misure necessarie per affrontare nell’immediato l’aumento dei prezzi e proteggere famiglie e imprese. Dall’altra c’è la necessità di evitare che ogni nuova crisi riporti l’Unione nella stessa situazione di dipendenza dai mercati internazionali.
Per questo Bruxelles sta cercando di intervenire su più livelli: dagli acquisti energetici congiunti al sostegno mirato alle categorie più esposte, fino agli investimenti nelle reti e all’accelerazione delle rinnovabili e dell’elettrificazione.
Il dato dei 480 GW di capacità rinnovabile in attesa di connessione mostra però quanto sia urgente trasformare i progetti già esistenti in energia effettivamente disponibile. Allo stesso tempo, l’obiettivo di ridurre di circa 260 miliardi di euro l’anno la spesa per le importazioni di combustibili fossili dimostra che la transizione energetica viene ormai considerata anche uno strumento di sicurezza economica.
La crisi energetica, in altre parole, sta rendendo sempre più evidente un principio: l’energia che l’Europa riesce a produrre autonomamente è anche energia che non deve acquistare dall’estero.
Il futuro energetico europeo passerà quindi non soltanto dalla capacità di installare nuovi impianti fotovoltaici ed eolici, ma dalla possibilità di costruire intorno a essi un sistema più efficiente, con reti adeguate, accumulo, elettrificazione dei consumi e maggiore capacità di gestione della domanda.
La sfida non è più soltanto produrre energia pulita.
È riuscire a fare in modo che quell’energia sia disponibile, utilizzabile e sufficiente a ridurre davvero la dipendenza dell’Europa dai combustibili fossili.
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